LA PAROLA NOMADE DI EVELINA SCHATZ
Nota in margine a Zagara ( o della sicula stranizza)
“Ambita e forse ancora viva”, così Evelina Schatz definisce l’isola che, tra lave e boati, nel luglio del 1831 emerse dal mare di fronte a Sciacca, nel giro di cinque mesi però di nuovo in esso riaffondando. Superstite – generazione dopo generazione – solo l’inestinguibile speranza di vederla ancora riapparire, l’isola che non c’è; metafora di ogni utopia, ma anche di quel nomadismo dell’anima, che la poetessa – russa di nascita e per formazione, ma cosmopolita per vocazione – rivendica come privilegiata condizione di ascolto del mondo e connotazione di scrittura.
“Sono solamente una calda lumaca che viaggia/ con la propria casa-corazza-conchiglia/ ah che viaggio nella mirabilia, tra chiari e scuri/ e giochi di biglie e pesche d’oro di Samarcanda/ che la morte non teme e splende di blu”, scrive in Zagara (o della sicula stranizza), sottolineando la necessità di un’apertura conoscitiva –totale e senza riserve – verso ogni diversità: che non annulla, ma dilatandola rimarca la sua originaria matrice; a testimoniarlo, il continuo sconfinamento linguistico della sua poesia tra russo, italiano e rimandi al dialetto siciliano.
Per attraversare e rappresentare il tempestoso mare della contemporaneità Evelina sceglie infatti come zattera la Sicilia, da essa guardando – e a essa riconducendo – ogni esperienza del mondo.
Una sorta di straniante viaggio della mente e del cuore verso la Grande Madre mediterranea. Per interrogarla. Interrogarsi.
Chiave di lettura, poetica e tematica, della nuova raccolta –comprensiva dei testi scritti per l’amata Sicilia tra il 1992 e il 2009 – è la poesia Dialogo (iscrizione funebre), che, premessa alle sette sezioni in cui il libro si articola, sviluppa un immaginario dialogo tra un viandante e l’autrice. Rispondendogli da un aldilà “che non c’è”, lei ribadisce la sua decisa volontà di non appartenenza: “Volevi essere straniera?/”No”/”Volevi una patria?”/ “No”/ “Non ti capisco”/ “Volevo un mio non-paese. La non-patria”; e, di conseguenza, la scelta dell’esilio – scelta appunto, non destino – per una ricognizione di verità, senza tabù e senza dogane, nel proprio tempo.
Da qui quella poetica della mescolanza, che è a fondamento di tutta la sua scrittura: compresenza e fusione, in una testualità magmatica e inclusiva, di storie, culture, linguaggi, difformi e lontani nel tempo e nello spazio; perchè l’arte, abitando “nello spazio curvo/ di tempo che non trova luoghi”, non è mai staticità, isolamento, ma è sempre “aperta all’utopia in corso”.
Spazi, memorie, linguaggi, nei suoi testi continuamente trasbordano da ogni rigida delimitazione -storica, alfabetica, di senso- per ridisporsi in modo inedito nella riscrittura del mondo dell’io poetante, spesso con un deragliamento spiazzante di cadenze, ritmi, sintassi; la sua lingua poetica non cerca infatti l’essenzialità letteraria nè la selezione lessicale, procedendo invece per accumuli e progressive contaminazioni sonore, timbriche, tematiche.
L’esito è un’originalissima restituzione poetica, che a volte capricciosamete si dispone nel bianco della pagina: versi che obliquamente l’attraversano, con imprevedibi raggruppamenti grafici di lessico, di ritmi, di maliosi gorghi onomatopeici.
Una sorta di corale sciabordio di miti, storia e vita quotidiana, è la cifra di tutta quanta la raccolta, dove la mediterraneità della Sicilia non è solo cultura e paesaggio, ma anche affabulante traslucere di un tessuto sonoro, in cui la parola – il suo suono, i suoi sensi – si fonde allo stormire degli ulivi, al brusio delle folle, alla risacca del mare; esemplari, in questo senso, Tamburi di Sicilia e Canti piscatori ovvero Miracoli del mercato del pesce.
Il dialetto siciliano accende l’immaginario della poetessa, che non solo sente, ma vede nelle parole -“O è passione la mia?/O la provocazione del suono?” si domanda – visionariamente penetrando dentro il nucleo di suoni, metafore e sensi in esse occultato.
Termini dialettali -quali cutulia, cimiddia, agghiammate- si dispiegano in testo, seguendo talvolta un particolare procedimento compositivo. A un primo componimento -dal titolo Thema: densa anticipazione delle suggestioni espressive del riporto lessicale- solitamente ne segue un secondo, dal titolo Allargamento: rutilante sviluppo immaginativo e sonoro, con rimandi non solo alla storia, al folklore, al mito, ma anche alla fitta rete di relazioni ed esperienze di vita dell’autrice; non a caso tutte le poesie di Zagara (o della sicula stranizza)sono dedicate ad amici siciliani.
Benchè ferita, lacerata, l’isola -simultaneamente “algebra e alchimia”- resta per lei sempre fondamento di poesia: “Ma è d’amore siculo davvero/ quel caldo disperato canto / in nero: purissimo profondo”.
Nella dimensione sincronica che caratterizza il tempo della sua scrittura, ogni metamorfosi è possibile: l’identico può farsi altro, assumere le fattezze del diverso. Vendicari, Noto, Siracusa, Catania, Palermo -e tutta l’ampia geografia dei luoghi siciliani da lei visitati- talvolta perciò si confondono con quelli attraversati o soltanto immaginati nella sua biografia ambulante: dalla Grecia al Guatemala, dalla Svezia all’Anatolia. Nella sua restituzione espressiva, non solo tutto interferisce con tutto, diventando testo -il dramma e la gioia, l’amore e la storia- ma tutti i registri sono utilizzati: dal tragico all’erotico, al lirico, all’ironico, molto presente in questi versi. Attraverso un ludico gioco verbale e una scrittura di ironica –e autoironica – leggerezza, la poetessa esorcizza infatti ogni retorica e ogni autocompiacimento, “ora l’ironia vige/ sul dolore/ sulla roulette russa/ e sul nero del mare”.
Ma a scandire profondamente la magmatica testualità della sua scrittura, distinguendola da ogni altra, è, soprattutto, l’interferenza tra il ritmo dell’emozione e il respiro intellettuale della rotonda verità: l’esigenza – da lei fortemente avvertita – di restituire spessore di pensiero alla poesia.
Tante le citazioni e i riferimenti -espliciti e impliciti- a filosofi contemporanei, e agli amatissimi presocratici. E continua l’interrogazione sul ruolo della poesia oggi.
Che -in una contemporaneità, tesa a rimuovere ogni esercizio critico e ogni vera intelligenza del mondo- per Evelina Schatz non può che farsi nomade, andando “in cerca della forma migrante/ giudia, -mongola errante”.
Perchè – scrive – la vera poesia, in quanto poesia di verità, “forma/ vuole essere”: destino e senso, non farfugliante parola in libertà.
MARIA ATTANASIO